Dalla Redazione

Alzati e para, Riccardo

Parafrasi biblica dedicata al numero uno giallorosso. Ecco perchè (già contro la Paganese) rivedremo il Mengoni di Perugia

 

Un pugno in faccia a pensarci bene fa paura. Arriva dritto, veloce, potente. Immagini che dopo l’impatto ti ritroverai solo a terra, finito e in balìa degli eventi. Se il pugno arriva davvero però, ti accorgi presto che la tua faccia non è ridotta in mille pezzi come avevi pensato. Senti il dolore certo, forse pure il sangue che cerca una via d’uscita tra i denti, ma sai che non sarà per sempre. E allora ti alzi. Nella vita quotidiana il pugno in faccia può presentarsi in mille forme differenti. Può essere un rifiuto, un tradimento, perfino un’intuizione. Nel calcio ha un nome preciso: si chiama papera. La papera non è un semplice errore, ogni spiegazione tecnica della papera risulta infatti insufficiente, inadeguata. La papera è un miracolo al contrario ed è un’esclusiva del portiere. Il centravanti può mangiarsi un gol fatto, un difensore può lisciare l’intervento spianando la strada all’avversario, il centrocampista può addormentarsi col pallone tra i piedi facendoselo rubare. Ma la papera è solo dei numeri uno. Le redazioni sportive di mezzo mondo, hanno archivi pieni delle papere di grandi portieri. Zoff, Cudicini, Dasaev, Yashin, Gilmar, Buffon, Kahn, Peruzzi, Casillas, Cech. Tutti sono stati almeno una volta filmati durante una papera. E in quei momenti nessuno si salva: anche i grandi campioni appaiono goffi, sconfitti, quasi irrimediabilmente tramontati.

Ieri è toccata al numero uno giallorosso, Riccardo Mengoni, un ragazzo nato venticinque anni fa a Vicchio, due passi da Firenze. Al minuto trentacinque del secondo tempo di una brutta partita, un pallone lanciato da centrocampo alla maniera tipica della vecchia C2 lo scavalca clamorosamente finendo tra i piedi dell’attaccante avversario. Carotenuto, con quel cognome da psicoanalista e un passato nel beach soccer catanzarese, deve solo limitarsi a spingere la sfera in porta. Mentre qualche decina di tifosi campani festeggia, Mengoni si dispera in solitudine e mani nei capelli si lascia cadere a terra, in ginocchio. Se Accursi fosse stato ancora della partita, c’è da scommettere che prima ancora di lanciare la palla verso il centro del campo, da capitano esperto qual è sarebbe andato a rimettere in piedi il suo portiere. Perchè si sa, nel calcio nulla è mai per sempre, l’appuntamento con la rivincita è calendarizzato.

La grande differenza tra il calcio e la vita – eccolo uno dei motivi per cui un calciatore teme la fine della propria carriera- è  forse esattamente questa: nel calcio si può rimediare a qualsiasi errore, basta aspettare una settimana, basta attendere una nuova sfida. Mengoni stiamo imparando a conoscerlo in questi primi mesi di campionato. Tecnicamente è quello di Peugia, non c’è dubbio. È infatti nell’ordine naturale delle cose che un calciatore forte dia l’impressione, in una giornata storta, di essere debole. Non è affatto normale il contrario. Il numero uno giallorrosso ha le qualità per essere il portiere dell’Uesse e alcuni limiti comuni a molti ragazzi di questo giovane gruppo con ampi margini di miglioramento. Soprattutto, Riccardo Mengoni ha una famiglia sana e divertente che lo segue con leggerezza durante le partite di campionato e che saprà garantirgli la serenità necessaria per prepararsi alla nuova sfida. Alzati e para Mengoni, già da domenica prossima contro quegli altri campani della Paganese, qui crediamo in te.

Fabrizio Scarfone

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